I Neet aumentano anche in Gran Bretagna. Nell’ultimo anno il numero di giovani fuori dal sistema scolastico e formativo e dal mercato del lavoro è aumentato di 119.000 unità, il numero più alto dal 2000.
La condizione di neet, spiega il rapporto, innesca un circolo vizioso di depressione, perdita di identità, che tende a crescere esponenzialmente in corrispondenza dell’aumento del tempo passato al di fuori del mercato del lavoro. E i casi di insonnia, attacchi di panico, disprezzo di sè, autolesionismo, aumentano all’aumentare del periodo di disoccupazione. Una delle cause di questa situazione, continua l’autore del rapporto, è la totale assenza di politiche per l’occupazione giovanile, che si aggrava ulteriormente a causa dei tagli ai finanziamenti per il sostegno all’educazione, al reddito e all’aumento indiscriminato delle tasse universitarie. Chiosa l’articolo, sul finale: non è certo questa generazione ad essere fallita, quanto piuttosto ha fallito chi non ha garantito ai giovani di oggi le stesse opportunità ricevute in passato. E se il mondo globalizzato schiacciato dall’economia finanziaria – accecata dalla logica del profitto estremo – non dà la possibilità alle nuove generazioni di crearsi un percorso di affermazione individuale, i governi attuali non fanno nulla per contrastare questa situazione.
In Italia, i Neet rappresentano il 18,6% della fascia tra i 16-24 anni, e il 28,8% della fascia 25-30 anni, secondo i dati del rapporto CNEL sul mercato del lavoro 2010-2011.
Il problema, che nessuno per inettitudine o interesse vuole affrontare, sono 20 anni e più di politiche neoliberiste che i governi europei hanno imposto ai propri cittadini, cercando di convincerci che il modello dell’economia globalizzata fosse l’unico possibile.
Oggi, crisi strutturali dell’economia e una situazione di macelleria sociale sono quello che resta dei 20 anni di queste politiche. Il libero mercato ha fallito. E gli unici che continuano a negarlo sono proprio coloro i quali sono i maggiori responsabili della crisi: le banche e i grandi gruppi finanziari. La vera sfida – oggi – è riuscire a creare un modello di socialdemocrazia che abbia il coraggio di depotenziare l’influenza dell’economia finanziaria sulla vita delle persone e sia capace di coniugare la ripresa dello sviluppo con la solidarietà e l’affermazione dei diritti individuali.
Se penso alla nostra attuale classe politica e dirigente, e le sfide che deve raccogliere per innescare questo cambiamento, mi vengono i brividi…