La pausa estiva mi ha consentito di prendere le distanze dal webnam.
La sensazione che provo durante i primi giorni di astinenza assomigliano a quel diffuso senso di confusione che si prova subito dopo la rimozione degli “occhiali 3D” dopo la visione di Avatar.
Dopo qualche giorno la nausea sparisce, anche grazie alle piccole ma costanti dosi di rete somministrate tramite iPhone e iPad.
Quest’anno mi sono concesso alcuni giorni a Barcellona, senza un piano tariffario europeo di connettività: fissare la cartina sperando di inviduare un pallino blu pulsante; scattare foto e non ricevere nessuno commento.
Poi fortunatamente entra in gioco l’auto-focus e le immagini sfocate riprendono definizione, ma è già tempo di immergersi nuovamente nella ragnatela.
Vedo che fioriscono decine di “pagine Facebook” (che ormai sono una referenza accademica in Italia) che denunciano la crisi, la casta, i privilegi del Vaticano e così via. Un fenomeno grossolano che si declina inesorabilmente tra l’attualità e l’ideologia, interprete delle peggiori e migliori anime di ciò che in TV si chiama “popolo della rete” (alzi la mano chi sa spiegarmi cos’è).
Così come quando lasci lo zucchero per terra in cucina il giorno dopo ti trovi un brulicare di formiche, l’elite s’affanna per garantirsi la coccarda da “migliore interprete“.
Fioccano così le analisi: puntuali, ridondanti e probabilmente nucleo della stessa realtà che tentano di descrivere.
Mi sembra di capire che la domanda più comune nel Web italiano oggi sia: “Sono incazzato a morte. Mi spieghi perché?“.